MARCIANO ARTE
RAFFAELE LIPPI "Paesaggio" 51x68 1956
MARCIANO ARTE - LIPPI RAFFAELE : RAFFAELE LIPPI

Napoli, 1911 - 1982
Luigi Compagnone (“L’Unità” 22 agosto 1982): Raffaele Lippi, il candore dell’intelligenza.
Lo ha detto ieri Paolo Ricci che Raffaele Lippi non ha mai avuto il riconoscimento che meritava. Ma a Napoli succede. Qui i riconoscimenti che “non” meritavano li hanno sempre avuti i bozzettisti, i pitturelli di galline sull’aia, i vesuvisti e poi i guappi, gli “arditi”, i chiacchieroni, gli sbruffoni dalla voce grossa e dal cervello di cacca. Raffaele è invece, oltre che intelligentissimo, un uomo mite, appartato, innocente. Viene, con altri amici e compagni, quasi ogni sera a casa mia. Sono i tempi di dopo la liberazione. Tra questi amici e compagni c’è anche il giovanissimo pittore Vincenzo Montefusco, anche lui un vero talento, il padre gli è stato ammazzato dai tedeschi in piazza Dante, Vincenzo se lo è caricato sulle spalle e lo ha portato a casa. Poi anche Vincenzo è morto qualche anno fa, per un’infezione di tetano. Dicevo di quelle sere, Raffaele parla poco. Ma ogni tanto interviene con giudizi netti, talora anche ironici. Come noi, parla in dialetto. Ma il suo è un dialetto più franco, più vero del nostro. Dipende forse anche dal fatto che lui ha sempre vissuto tra la Sanità e Capodimonte, ossia nel cuore profondo di Napoli. (Anche Vincenzo Montefusco era un giovane di vicolo).
Raffaele è un candido. Il suo è il candore dell’intelligenza. Il candore di chi ama il mondo, e per il mondo sta in pena. Una pena irritata, positiva, mai sospirosa e napoletanesca. Ama gli amici, il prossimo suo. Intendo per “prossimo suo” tutti quelli che Raffaele sente vicini alla propria ardente speranza di veder questa città finalmente sottratta alle tante aberranti mitologie umane, culturali e politiche che la soffocano. Alle tante macerie che con arte grande e grande dolore egli ha raffigurato nei suoi primi quadri.
Ha lavorato tantissimo finché ha potuto, finché l’artrite non gli ha deformato le mani. E pur con tanto lavoro, Raffaele non si è mai fatto i soldi. Non è un uomo da soldi. Non ne ha la vocazione. Qualche anno fa c’è una sua mostra personale al Vomero, nella libreria “Incontro” di Enzo Ziccardi. Mi innamoro di una testa di donna su fondo azzurro. Ne chiedo il prezzo a Ziccardi, mi dice seicentomila lire. Gli rispondo con un gesto desolato, mi raccomando di non dirlo a Raffaele. Il quale mi telefona il giorno dopo, mi fa: «Veramente ti piace tanto, facciamo così: invece delle seicentomila lire, tu me ne dai sessantamila ma in libri. Li sceglierò io stesso nella libreria di Enzo».
Ti ringrazio ancora di quel regalo, caro Raffaele. E mentre batto sui tasti, mi guardo ogni tanto quella tua testa di donna su fondo azzurro. Un fondo purissimo, il colore che meglio si rappresenta nell’antico cuore della nostra amicizia.

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