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  Carla Benvenuto "……quale corpo ?"
Espoarte
arte@rinascimentocontemporaneo.it
www.rinascimentocontemporaneo.it
 
Data di Pubblicazione venerdì 12 novembre 2010

Quando dal 13 Nov. all 4 Dic. 2010
Informazioni 010 3076789
Dove Rinascimento Contemporaneo - GE

...Quale corpo? Chi leggerà le parole di Carla Benvenuto nel testo in catalogo potrà capire che la scelta di presentare la sua retrospettiva attraverso un interrogativo è un piccolo, importante, passo all'incontro con la sua ricerca, con l'incedere della riflessione di dieci anni di lavoro che la mostra idealmente racchiude...?Siamo entrati in un universo di pensieri e parole che insieme allo “studio” di un costante equilibrio contiene l'imprevisto: «Un giorno potremo tenerci il nostro corpo e cambiare la testa... oppure avere tante teste...chissà!» Francesca Di Giorgio: ...Quale corpo? Carla Benvenuto: È uno dei quesiti più contemporanei, ma dalle radici antiche. È un titolo che si apre a diverse riflessioni. Chi, come, perché, con quale scopo?Apparire, essere? È la ricerca dell'auto affermazione, un continuo oscillare fra interiorità ed esteriorità, ma anche rispecchiamento negli altri, nella società della quale vogliamo far parte. È un monologo con noi stessi, che ha inizio con la nostra nascita e che ci accompagna tutta la vita. «...la nostra condizione mortale è così infelice che, se ci concentriamo troppo su di essa, nulla può consolarci...» dice Pascal. Allora cerchiamo di dominarla. Oggi l'uomo-dio allunga l'esistenza, ci offre un sorriso uguale per tutti i volti, costruisce puzzle con pezzi robotici-umani. Ci offre un mondo pieno di bellezza, ricchezza e potere. Le guerre di religione continuano ad esistere, ma ormai il vero dio è l'uomo. Oggi più che mai l'uomo è al centro del mondo, naturalmente deve essere molto ricco, bello, giovane e potente in eterno. Di conseguenza, mai come oggi, con tutta questa ricchezza di offerte, e proprio per la teoria dei contrari, la ricerca di un'interiorità che si affermi con prepotenza e determinazione diventa importante, direi fondamentale, per continuare a nutrire la speranza di conservare la capacità di discernimento analitico, cioè quel cuore pulsante, pilastro del nostro “essere”. Con tutta questa possibilità di scelta, possiamo semplicemente fermarci ad osservare e decidere di rimanere noi stessi. Un giorno potremo tenerci il nostro corpo e cambiare la testa... oppure avere tante teste...chissà! In un ciclo di opere del 2008 il ventre della donna è un centro focale molto evidente. In Progetto Universale (2008), ad esempio, è istintivo pensare al ventre come matrice universale, forma perfetta, modello, forza creatrice... In lavori recenti è come se questa immagine si fosse moltiplicata (Rebus per quale testa, Rebus F E, Progetto per rebus semplice I, tutte del 2010)...? Progetto Universale era il titolo, volutamente altisonante, dell'esposizione su invito nella Cattedrale St. Léonce di Fréjus, in Francia, nel 2008. Quindi un luogo sacro, con antichi muri in pietra che ben accoglievano le pitture dove i fondi neri facevano spiccare i rossi e i bianchi dei corpi. Ho costruito una scenografia in modo tale che, ponendosi al centro del chiostro, si potesse vedere ogni opera attraverso ogni arco. Doveva dare l'emozione di un progetto, appunto, universale, totale. In un angolo avevo costruito un'installazione costituita da fotografie tratte dai ventri femminili, che poi sono stati titolati Paesaggi Lunari. Il tutto era supportato dallo studio che avevo fatto sulla simbologia massonica, quella legata ai numeri e alla geometria... (il massone-geometra). Il ventre femminile, come esperienza di confine, è così diventato il centro gravitazionale di ogni opera. (Leggi il testo “sacro e profano” di Carla Benvenuto). Per la Galleria Rinascimento Contemporaneo, che da oggi in poi mi rappresenterà in Italia, ho dipinto sdoppiando (in alcuni casi) le figure e, uscendo dalla centralità esclusiva del ventre, ho concepito la mia idea di coppia, senza un'appartenenza sessuale precisa, quindi anche due donne come amanti, oppure di madre con figli, o di famiglia, “la teoria dei gruppi”, sempre con riferimenti matematici o geometrici. Molte delle sue opere pittoriche, così come le sculture in resina, sembrano studi di forme ancora in via di definizione... Progetto per volto, Progetto per terzo occhio, Progetto per sorriso sono opere compiute e infinite allo stesso tempo? Cos'è per lei un progetto ? Sempre tenendo conto che ci sono troppe cose da dire e che la capacità di sintesi non è certo la mia prima virtù, mi limiterò all'aspetto più semplice da esporre: nel mio operare cerco di interpretare l'uomo che si fa dio, siede a un tavolo da lavoro e, con l'uso di squadre e compasso, regole geometriche e numeri divini, progetta corpi umani, come se fossero palazzi o qualsiasi altra cosa costruibile. L'uomo-dio crea il progetto-uomo e si spinge fino ai confini dell'incomprensibile, giunge al caos che non può ancora dominare, ma che, in qualche modo, fa parte del disegno globale. La proprietà transitiva, quindi, l'uomo-dio progetta il caos. L'1+1 = 3 (2010) è il titolo di un'opera e del testo che ha scritto lei stessa in occasione di questa mostra. L'operazione è matematica ma il risultato non la rispecchia. In che modo interviene l'elemento del caso, l'imprevedibile ? 1+1=3 è una sorta di rebus che ho ideato, non posso fornire la soluzione. Ognuno dovrà, (se vorrà), faticare un pochino per risolverlo. Ognuno possiede le proprie geometrie di pensieri logici e non, differenti parametri. Il caso, strettamente legato al caos, è qualcosa al quale dobbiamo saperci aprire. «Senza caso non c'è esistenza. Il caso è la libertà rispetto alle leggi della logica, ma è anche la condizione necessaria per cui, vivendo, si affrontano ad ogni istante situazioni impreviste. La salvezza non è nella ragione che fa progetti, ma nella capacità di vivere la casualità degli eventi..», dice Argan in L'Arte moderna, 1970. Poi, però tutto il suddetto può essere capovolto. La soluzione è nel trovare il proprio equilibrio e nel non perderlo, qualsiasi cosa accada. Nel mio progetto, che nasce proprio da una necessità terrena di affermazione attraverso la razionalità logica e matematica, cerco di essere pronta ad aprirmi al caso: quel particolare tipo di caos che può darmi pace, se ho imparato ad accettarlo, con le sue “non regole”. Così mi ritrovo a capovolgere in continuazione la mia tela, cercando di allontanarmi dalle rassicuranti forme conosciute, con il cuore aperto al mondo dell'incomprensibile, imprevedibile. In tutti i lavori su tela, tavola e carta compare una “maschera” geometrica sullo sfondo... Come conduce la sua ricerca tra equilibrio ed emozione ??Il numero di passaggi necessari al mio operare, dal punto di vista pratico, è strettamente legato ai significati dell'opera. Contenuto e contenitore viaggiano inevitabilmente assieme. Non riesco a concepire il mio lavoro solo dal punto di vista estetico-decorativo. L'idea richiede molto tempo per essere maturata. Allora poi il disegno immaginato nel buio della mente, prende forma sulla tela o qualsiasi altro supporto, in modo leggero e veloce. Si arricchisce di particolari e, poi, resta così per tanto tempo. L'abbozzo è la parte più piacevole e divertente. Non smetto un attimo di pensare al quadro. Lo fotografo con il cellulare, così continuo a guardarlo anche quando non sono in studio. Lo sposto, la luce cambia, lo giro, cambiano gli stimoli. Aspetto il momento giusto, il coraggio di intervenire nuovamente. Soffro. Poi copro con nuovo colore e proseguo a girare, scoprire, coprire, fino a che non mi sembra di aver raggiunto il giusto risultato: armonia, equilibrio, forma informale, geometria e bellezza. Mi riferisco a un universo interiore molto simile a quella terra che, se non verrà cantata, sarà una terra non vissuta. Se i canti verranno dimenticati, la terra ne morirà. Ho iniziato ad usare le maschere nel 2006. La maschera incollata sopra alla pittura dei volti rappresenta la necessità di far convivere la banalità insieme alla profondità di analisi. Leggerezza e sacralità nello stesso spazio concesso. Il risultato coincide con un momento carico d'aspettative… Spero ogni volta di aver creato un'opera d'arte. È una fede. Se mi soffermo troppo a cercarne le ragioni, c'è il rischio di non trovarle. Fare Arte è una necessità, una vera fede. Per questo cito spesso la frase del caro cugino Edoardo Benvenuto: «Sono fra la ragione che va in cerca del fondamento e la fede stessa che è fondamento delle cose sperate...» (Bailamme-Marietti 1999).

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